Il contenuto della circolare numero è riservato.

Musica dolce musica
Se qualcuno mi dovesse chiedere cosa io preferisca, probabilmente direi la musica, o forse l’arte in generale. Ma se mi dovessero chiedere qual è la cosa che mi ha salvato la vita, beh, in quel caso, e senza ombra di dubbio, risponderei la musica. Fin da piccola, infatti, mia madre mi ha insegnato quanto le canzoni potessero contenere e nascondere una miriade di significati e crescere in un ambiente culturale in cui la musica era la base di ogni cosa, un elemento fondamentale della vita, ha fatto sì che anche io potessi sentire le melodie nelle vene e nel cuore. Esiste un’antica dottrina della Grecia classica, quella dell’Ethos, secondo cui la musica e l’arte avessero il potere di influenzare il comportamento e l’animo umano e io credo che questo pensiero sia estremamente vero e che senza le mie cuffie e le mie canzoni preferite sparate al massimo del volume, io non riuscirei a fare più nulla, nemmeno a vivere. E un chiaro esempio di tutto questo l’ho vissuto sulla mia pelle quando, alcune settimane fa, sono stata in gita di classe a Monaco: era una giornata come le altre, tra un tragitto con il bus e le lunghe camminate in centro, quando, all’improvviso, non ho più trovato i miei auricolari: ero disperata, avevo cercato ovunque, nello zaino, nella giacca, dentro ogni tasca, ma niente e continuavo a chiedere ai miei amici se le avessero viste o se, magari per scherzo, le avessero prese, ricevendo sempre un “no” come risposta, accompagnato da uno sguardo dispiaciuto. Forse facevo pena davvero e ho cercato di calmarmi perché pensavo che forse le avessi solo lasciate in hotel e fossero sul mio comodino. Certo, era molto strano che io le avessi dimenticate, per la fretta del ritardo e la voglia di stare con i miei compagni, magari le avevo solo scordate. Ma quando, arrivata la sera, sono rientrata nella mia camera, mettendola a soqquadro, e non le ho più ritrovate, ho realizzato che erano sparite, volatilizzate. A quel punto, ho avvertito la brutta sensazione d’essere smarrita, un forte senso di ansia e un dolore lancinante al petto, proprio come se un masso enorme mi stesse schiacciando i polmoni e io fossi bloccata, senza una via di fuga. Avevo una strana percezione, come se sentissi che le mie ossa fossero di troppo e la mia carne si stesse stringendo, mi faceva male ovunque, condizione per me non nuova, avendola provata diverse volte nel corso della mia vita, quando mi capita qualcosa di brutto o sto male e sono in forte tensione, e l’unica soluzione è sempre stata quella di mettere le mie cuffie nelle orecchie e ascoltare qualche canzone. Ma a Monaco, purtroppo, non era una soluzione fattibile e l’unica cosa che potessi fare era uscire e andare a comprarne delle altre, cosa che ho fatto subito, anche se sono stata costretta a prenderne un paio brutte, scomode e con un suono decisamente orribile. Questo episodio mi ha fatto riflettere parecchio e ho davvero realizzato quanto tutta la mia emotività, i miei pensieri e le mie azioni siano collegate alla musica. Studio con le cuffiette nelle orecchie, esco con le cuffiette nelle orecchie, creo la mia arte, scrivo e passo quasi la mia intera vita ascoltando canzoni che rispecchiano i miei sentimenti. Nella mia adolescenza, quando ero arrabbiata con il mondo e non riuscivo a trovare il mio posto, passavo intere giornate chiusa in camera con la musica a tutto volume, rimanevo distesa sul letto, mi alzavo solo quando era estremamente necessario, mangiavo poco e non parlavo mai. Le mie parole erano urla arrabbiate, nessuno mi capiva e mi sentivo odiata da tutti, specialmente dalla mia famiglia. Le melodie, da toni dolci erano passate a frasi cattive, con testi crudi e freddi che parlavano di tristezza, malinconia e quanto la vita potesse essere difficile. Faticavo a comunicare e i miei cantanti preferiti (in quel periodo, Eminem) erano gli unici che davvero mi facessero sentire ascoltata, perché grazie alle loro parole non ero più solo l’adolescente esclusa e isolata ma una persona normale, che provava dolore come ogni altro essere vivente. La musica non mi ha mai giudicata e le canzoni hanno sputato tutto quello che sentivo davvero, facendomi provare gioia e tristezza, ma anche un senso di appartenenza inspiegabile e un amore che ti scalda il cuore e ti fa stare sulle nuvole. Per questo, se oggi qualcuno mi dovesse chiedere cosa amo di più di tutta la mia vita io risponderei assolutamente la musica, la sceglierei ancora e ancora (su tutte, oggi, le canzoni di Nayt), per la me bambina che ballava tra le dolci note della musica greca che mio padre mi faceva ascoltare, per la me adolescente che voleva sparire e per la me di adesso, che ha capito un po’ di più chi è e cosa vuole.
Eleni Calotychos

illustrazione di Beatrice Fumagalli

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