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Inciampare, cadere e rialzarsi
C’è un momento preciso in cui il mondo ti si stringe addosso. È quando fissi lo schermo del computer e quella scritta, “Non Idoneo”, ti illumina la faccia per la seconda volta. In quell’istante, non sono solo le risposte errate sui quiz della teoria per la patente a bruciare, ma è la sensazione di essere “sbagliato”. Esci dall’aula e ti senti piccolissimo, convinto che fuori tutti abbiano capito che hai fallito di nuovo, una cosa che, a sentirli parlare, “fanno tutti senza manco studiare”. Ma la parte peggiore non è la bocciatura, è il tragitto verso casa. È quel buco che hai nello stomaco che si forma all’idea di doverlo dire ai tuoi genitori. Perché in famiglia, a volte, il fallimento non è visto come un inciampo ma come una colpa. Entri in casa e ti senti addosso quel peso: gli sguardi che si abbassano, il silenzio che gela l’aria e poi quella frase che ti porti dietro per giorni: “Ma come è possibile? Hai studiato”. In quei momenti ti senti sotto processo, come se non avessi valore e sei legato a una crocetta messa nel posto sbagliato su un computer. La verità è che la società ci ha abituato a vivere in una vetrina dove dobbiamo essere tutti perfetti, veloci, “sul pezzo”. Se cadi, sembra che tu stia rubando tempo agli altri. Eppure, questo senso di fallimento, questa paura costante di deludere le aspettative di chi ci sta intorno, è la cosa più umana che abbiamo. Tutti ci siamo sentiti almeno una volta “non idonei” nella vita di tutti i giorni. Tutti abbiamo provato quella vergogna di non essere all’altezza di quello che la società voleva per noi. Bocciato due volte alla teoria mi ha rattristato, è vero. Mi ha fatto sentire stupido e giudicato. Ma mi sta anche obbligando a capire una cosa fondamentale: ho il diritto di sbagliare e ho il diritto di avere i miei tempi, anche se sono più lenti di quelli che gli altri vorrebbero per me. Dovremmo smetterla di nascondere i nostri errori come fossero peccati, dovremmo dirlo: “Sì, ho fallito, e allora?”. Perché essere umani significa proprio questo, avere le ginocchia sbucciate, l’orgoglio a pezzi e, nonostante tutto, trovare la forza di riprovarci. La vera patente non è quella che ti permette di guidare una macchina, ma quella che ti dà il permesso di guardarti allo specchio e volerti bene anche quando hai deluso tutti, tranne te stesso.
Patrik Santos Trindade
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