Il contenuto della circolare numero è riservato.
Tra palco e realtà
A volte ci dimentichiamo o non diamo tanta importanza a una passione. E secondo me è il miglior modo per distruggersi. Tremavo, non respiravo, andavo a scuola e non ascoltavo. O meglio, i miei pensieri non mi permettevano di seguire le voci dei prof. Tornavo a casa e la forza di studiare non c’era, c’era solo quella di dormire fino a cena per poi mangiare cibo che faceva stare bene il mio corpo ma non la mia mente. Stesso ritmo, stessa routine. Vedevo la paura negli occhi dei miei genitori, la preoccupazione per la loro figlia. All’improvviso mi sono chiesta cosa avessi da perdere, poiché, in fin dei conti, facevo le stesse cose tutti i giorni e nessuna di queste mi avrebbe fatto raggiungere quel mio sogno che ormai aveva preso così tanta polvere. E poi, poi è successo: ho chiesto al mio migliore amico il nome dell’Accademia di recitazione che frequentava e dopo ho preso il telefono per iscrivermi anche al corso di teatro della scuola. Non avevo nessuna vera pretesa da queste due attività, ma non provarci sarebbe stato ancor di più da persone poco intelligenti. Sono passati i giorni e le prime lezioni: pur avendo fatto altri corsi in passato, qui era differente, sentivo qualcosa di diverso in me, un qualcosa che mi smuoveva dentro ma in modo positivo. Mi alzavo la mattina ed ero felice, avevo energia, così tanta che la mia compagna di banco, tirandomi un po’ la maglietta, qualche volta mi diceva (e a volte ancora adesso…) “Carmen, ma da dove ti spegni?”. E, automaticamente, senza accorgermene, ho iniziato a mangiare bene, a prendermi cura di me stessa anche nelle piccole cose e poi, eccoli, i miei pensieri, le mie paure non avevano più così tanta forza su di me. Le persone attorno a me hanno iniziato a dirmi che i miei occhi brillavano ma io ancora non capivo da dove tutto questo provenisse. Allora ho iniziato a fare una cosa molto “mia”, che faccio di solito con le altre persone per capirle, per capire cosa stanno provando, cosa stia succedendo o quello che stanno passando: sono rimasta in silenzio, mi sono semplicemente guardata senza giudicare niente di quello che facevo. Mi sono guardata e ho capito che era la recitazione, lei, lei che mi ha presa e mi ha coccolata, lei che mi ha stravolto e ribaltata, lei che mi ha fatto incontrare persone stupende, lei che mi ha fatto scoprire e che ha fatto scoprire al mondo la vera me. Poi è arrivato il 22 gennaio 2026, una data tatuata nel mio cuore, il primo spettacolo della mia vita (After love, ndr). Il debutto è stato al mattino e lo abbiamo fatto per alcune classi della nostra scuola: era tutto perfetto, anche la mia ansia era perfetta, perché era giusto che ce l’avessi e io l’ho accolta con gioia. Finito lo spettacolo ho inviato un messaggio alla mia insegnante di teatro con le lacrime agli occhi, con scritto “Io sono innamorata del palco e della recitazione”. Ma quel giorno era previsto anche un secondo spettacolo, di sera e aperto a chiunque. Erano passate tante ore dal primo e a un certo punto mi sono ritrovata nel teatro da sola, mi sono seduta su un sedile, in prima fila, a guardare il palco distrutta perché a quel punto tutte le forze, le energie e l’euforia che avevo avuto prima e durante lo spettacolo si stavano ripercuotendo sul mio corpo, e mi sono chiesta: “E adesso come farò a dare il mio massimo anche nel secondo?”. Beh, posso dire che nel secondo ho “spaccato” ancor di più perché non mi sono arresa, sono andata “contro me stessa”. E questo l’avevo sentito sempre più, perché stavo recitando davanti alle persone che amo, sentivo il mio cuore esplodere, le mani che tremavano ma che dovevo controllare. Alla fine, dopo lo spettacolo, sono scesa dal palco e ho visto le mie amiche, la mia professoressa di italiano e la mia famiglia che mi guardavano con orgoglio, e poi loro, i miei genitori, coloro che mi hanno cresciuta e che hanno visto tutta la fatica, coloro che avevano cambiato l’espressione degli occhi, ancora una volta felici, verso di me, coloro a cui un giorno spero di ricambiare tutto. Quel giorno abbiamo replicato lo spettacolo ben due volte, il che significava che io avevo recitato davanti a più di duecento persone. Proprio io, che in passato non avevo neanche la forza di guardare negli occhi le persone con cui parlavo, io che quel giorno ho reso orgogliosa la bimba che sono stata, io che quel giorno ho reso fiera me stessa, io che quel giorno, quando mi sono ritrovata da sola a casa, ho fatto il più bel pianto di
gioia del mondo. Ma adesso parlo con te, sì, proprio con te che stai leggendo. Questo non significa che non avrò mai più paura, anzi, però bisogna farlo, se il sogno chiama tu rispondi. C’è una bellissima canzone di Fiorella Mannoia (Che sia benedetta, ndr) in cui mi ritrovo tanto e che dice così: “Quante volte condanniamo questa vita illudendoci di averla già capita, che sia benedetta, per quanto assurda e complessa ci sembri la vita, è perfetta per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta e siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta, a tenersela stretta. A chi trova se stesso nel proprio coraggio, a chi nasce ogni giorno e incomincia il suo viaggio, a chi lotta da sempre e sopporta il dolore, qui nessuno è diverso, nessuno è migliore, a chi ha perso tutto e riparte da zero, perché niente finisce quando vivi davvero, a chi resta da solo abbracciando il silenzio, a chi dona l’amore che ha dentro”. Aggiungo un’ultima cosa: a noi serve l’equilibrio interiore, trovare una passione, ma quella passione che è tutto e che ci faccia andare avanti nella vita, il nostro scopo, perché la vita ha valore solo se vissuta intensamente, non importa quanto dura. Quindi 3, 2, 1: merda merda merda!!!
Carmen Raillo

Illustrazione di Anita Nobile

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