Maranza, il perché di una parola

di Elsam Novati

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Personale scolastico

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Maranza, il perché di una parola

Nella notte tra sabato 25 e domenica 26 ottobre 2025, un gruppo di circa dieci ragazzi, alcuni dei quali minorenni, è entrato senza permesso nel liceo Leonardo Da Vinci di Genova, mentre era in corso una pacifica occupazione studentesca, approvata dall’assemblea d’istituto. Armati di spranghe e bastoni, rubati da un cantiere vicino alla scuola, hanno devastato aule e corridoi, infranto vetri, danneggiando così molti locali. E alcuni testimoni hanno anche riferito d’aver sentito che inneggiassero al Duce, infatti sui muri della scuola sono state lasciate scritte e svastiche, segni inequivocabili di un’azione (anche) politica.  Questa è la notizia che tutti i giornali e i TG hanno raccontato e siamo tutti d’accordo che le azioni narrate sono estremamente sbagliate e contro ogni tipo di principio, ma in questa sede mi piacerebbe approfondire un concetto, facendovi riflettere su una parola, un preciso termine utilizzato dai media per qualificare quel gruppo: “Maranza”. Secondo la classica descrizione cui siamo abituati, i maranza sono ragazzi tutte vestiti in modo molto simile, se non addirittura uguale: tuta acetata, scarpe sportive, borsello e cappellino. Inoltre, seguendo le altre informazioni di riferimento, spesso sarebbero extracomunitari (nello specifico, provenienti dall’area del Maghreb, anche se non mancano formazioni costituite da soli italiani) che girano in gruppo, hanno una fascia d’età compresa tra i 9 ed i 17 anni, si atteggiano in modo spavaldo e, a volte, capita che commettano azioni illegali come spaccio di droga o rapine. Ma il punto è un altro. Le definizioni, soprattutto quelle sociologiche, sono utili ma hanno molti limiti, infatti, soprattutto in riferimento alla parola “maranza”, è evidente come, a volte, essa venga utilizzata in un modo distorto, solo per fare notizia e clamore mediatico e, spesso, per creare titoli acchiappa-click. E una delle conseguenze più pericolose dell’uso improprio di questo termine è che molti ragazzi, proprio per il colore della pelle e per il loro modo di vestire, sono etichettati e uniformati ai “maranza”, si ritrovano loro malgrado in mezzo a situazioni spiacevoli e vengono anche guardati e trattati male nei luoghi pubblici. Succede, infatti, che molte persone, al loro passaggio, si tengono alla larga semplicemente perché li associano a immagini e azioni negative, facendosene una brutta idea, legata spesso a criminalità, spaccio e violenza, ma non considerando il fatto fondamentale che non tutte le persone sono uguali. E anche io che sto scrivendo queste righe l’ho notato: anziani e donne che appena mi vedono si scansano, abbassano lo sguardo e, banalmente, stringono la borsetta, e se il loro cane si avvicina lo fermano e, con passo veloce, si allontanano velocemente. Molto spesso, e superficialmente, non si comprende che ogni persona è unica, che siamo tutti diversi e che il nostro modo di vestire non deve rispecchiare per forza una situazione da cui fuggire, anzi: posso essere chi voglio, anche vestendomi da “maranza”, ma questo non significa essere necessariamente cattivo o pericoloso.

Elsam Novati

 

illustrazione di Alberto Di Rosalia

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