

illustrazione di Alessandra Parigi
Il volo di Icaro, o dell’arroganza dell’uomo
Le vicende di Dedalo e Icaro rappresentano un tassello fondamentale della mitologia greca, quell’insieme di storie e narrazioni caratterizzate da metafore e simboli da cui, noi contemporanei del XXI secolo, possiamo ancora imparare moltissimo. Questo mito – rievocato anche in tante opere, dal teatro alla letteratura, dai film ai videogiochi – narra di Dedalo, architetto e inventore, e del figlio Icaro, avuto da Naucrate, una schiava del re di Creta, Minosse. I due protagonisti, a un certo punto della loro vita e a causa della conoscenza da parte del padre circa l’esistenza di una particolare opera che lo stesso re cretese gli commissionò (il famoso labirinto) per tenervi prigioniera una feroce e segreta creatura (l’altrettanto famoso Minotauro), furono incarcerati proprio tra quelle mura concepite dalla geniale mente di Dedalo. Ed è da lì, durante la prigionia, che Icaro un giorno vide un gabbiano e disse: “Padre, pensa che bello sarebbe volare via da questo posto con le ali di quel gabbiano”. A quelle parole Dedalo ebbe una vera illuminazione, un’idea folle, ovvero costruire per ognuno di loro due ali con piume e cera, con cui poter fuggire lontani dal labirinto e verso la libertà. Il mito narra che, da quel momento in poi, le guardie che entravano nel labirinto per consegnare il cibo ai due, potessero sentire addirittura il cervello di Dedalo rumoreggiare come una delle sue invenzioni. Completate le ali, il padre si rivolse al figlio pronunciando queste sapienti e importantissime parole: “Meglio non volare però troppo in alto, perché il calore del sole scioglierebbe la cera, né troppo in basso, perché le ali si appesantirebbero a causa dell’umidità del mare”. Quindi, spiccarono il volo. Tuttavia Icaro, incurante dell’avvertimento di Dedalo, dimostrò d’essere così arrogante da volare sempre più in alto, sfidando la sorte. E la sua stessa tracotanza lo spinse talmente vicino al sole da causare lo scioglimento della cera che teneva unite le ali, in tal modo distruggendole e facendolo precipitare in un tratto di mare Egeo, che da allora è chiamato Icario proprio in ricordo della sua fine. La vicenda di Dedalo e Icaro è ancora attualissima: viviamo in un’epoca in cui le scoperte scientifiche e tecnologiche permettono opportunità mai viste prima ma pongono anche tanti interrogativi. L’uomo, ahimè, molto spesso si comporta come Icaro, spinto dalla superbia di voler vincere su tutte le forze della natura e dalla presunzione di ritenersi in grado di poterne controllare caratteristiche e proprietà. Il mito, infatti, ci ricorda ciò di cui, fin troppe volte, perdiamo memoria: l’intelligenza artificiale, la manipolazione genetica, le esplorazioni spaziali, per non fare che qualche esempio, sono certamente il frutto del genio dell’uomo, ma al contempo ci avvisano costantemente sul fatto che l’innovazione deve essere sempre compatibile col nostro vivere e abitare su un pianeta che tutti noi condividiamo con altri esseri viventi e, anche, rispettosa della natura, delle sue leggi e del suo esserci superiore.
Zeno Dussi Finzi
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