

Passione, impegno e dedizione: intervista alla fotografa
Federica Bentivegna
Nella fotografia non tutto è sempre certo, infatti, il percorso della fotografa Federica Bentivegna nasce nel mondo umanistico, tra pedagogia e sociologia, e questa formazione viene rappresentata anche nei suoi scatti, tra ritrattistica e storie da raccontare, non alla ricerca della perfezione ma dell’attimo giusto. In questa intervista la Bentivegna ci ha raccontato un po’ di lei, di come sia nata la sua passione per la fotografia e come, grazie alla sua preparazione, riesca a vedere le persone da dentro per poi poter evidenziare la loro sensibilità e mostrarla a tutti noi.
Che genere di fotografie le piace scattare e perché è il suo genere preferito?
Mi sono innamorata della ritrattistica perché racchiude ciò che più mi affascina dell’essere umano: le sue storie, la sua unicità, la sua irripetibilità. Per me il ritratto non è soltanto una fotografia, ma un incontro. Ogni volta che mi trovo davanti a una persona, si crea un legame sottile, uno scambio fatto di sguardi, di silenzi, di fiducia reciproca. È un dialogo che, pur durando pochi istanti, può rivelarsi sorprendentemente intimo e profondo. Ciò che mi guida è il desiderio di ascoltare e restituire storie che spesso rimangono inascoltate. Mi piace lavorare anche in contesti particolari, talvolta difficili, dove la fotografia può diventare un ponte: uno strumento per dare visibilità e voce a persone che raramente ne hanno una. Attraverso i ritratti cerco di raccontare la loro forza, la loro dignità, la loro verità. Per questo la ritrattistica è il mio genere preferito: perché non è solo immagine, ma relazione, narrazione, presenza. È un modo per fermarsi e vedere davvero l’altro, e per me questo ha un valore umano e creativo immenso.
Quali sono stati i suoi studi?
Provengo da una formazione spiccatamente umanistica: ho studiato sociologia e successivamente pedagogia all’Università Cattolica di Milano. La fotografia è arrivata nel 2013, quasi per caso, e da quel momento ho iniziato a formarmi attraverso corsi specifici e mentorship individuali che mi hanno permesso di crescere in modo costante e personale. A volte mi chiedo cosa sarebbe accaduto se avessi intrapreso da subito un percorso accademico strettamente fotografico. Probabilmente avrei sviluppato uno sguardo più tecnico, più strutturato sul piano estetico e creativo, anche se non posso affermarlo con certezza. Quello che invece so è che gli studi in sociologia e pedagogia, uniti alle esperienze vissute in contesti umani complessi, hanno modellato il mio modo di osservare il mondo. Mi hanno donato uno sguardo più empatico, attento alla fragilità e alla profondità dell’essere umano. Mi hanno insegnato a leggere le persone oltre la superficie, a cogliere le sfumature emotive e relazionali che spesso sfuggono. Questo bagaglio mi guida ogni volta che scatto un ritratto: è ciò che mi spinge a esplorare contesti difficili, a raccontare storie trascurate e a restituire dignità attraverso la fotografia. Se oggi il mio lavoro ha una sensibilità particolare, lo devo a questo intreccio tra formazione umanistica e pratica fotografica. È l’equilibrio che più mi rappresenta: uno sguardo in cui la tecnica incontra l’umanità.
Quanto le piacerebbe fare questo lavoro?
In realtà, questo lavoro lo sto già svolgendo, anche se non ancora a tempo pieno. Mi piacerebbe poterlo trasformare in un’attività full-time, certo, perché rappresenta molto più di una professione: è il modo in cui interpreto il mondo e in cui scelgo di raccontarlo. Non immagino però un futuro limitato alla sola ritrattistica in studio, per quanto sia una dimensione che amo profondamente. Sento una forte spinta verso la fotografia documentaria e verso la narrazione visuale di contesti particolari, complessi, spesso dimenticati. Il mio desiderio è quello di continuare a ritrarre l’essere umano nelle sue molteplici sfumature e di dare visibilità a quelle voci che raramente vengono ascoltate. La fotografia, per me, è uno strumento di incontro e di testimonianza: un mezzo attraverso cui restituire dignità, raccontare fragilità e far emergere la ricchezza umana anche nei luoghi più inattesi. Ecco perché mi piacerebbe fare un lavoro a tempo pieno: perché significherebbe poter dedicare ogni giorno energia, cura e impegno a ciò che sento profondamente mio.
Secondo lei, quanto è difficile entrare in questo mondo?
Penso che ogni lavoro abbia le sue difficoltà e peculiarità. Se chiedessimo a chiunque svolga una professione, probabilmente ci racconterebbe di aver attraversato momenti impegnativi lungo il percorso. Anche nella fotografia è così: ci sono sfide, periodi di incertezza e serve molta costanza. Io, ad esempio, ho studiato per diventare insegnante di sostegno, e anche quello è stato un cammino importante e tutt’altro che semplice. Allo stesso modo, nella fotografia ci sono situazioni che mettono alla prova, ma credo che l’importante sia non lasciarsi scoraggiare. Siamo esseri umani in continua evoluzione e, se seguiamo ciò che ci appassiona, possiamo affrontare le difficoltà con più forza e trovare la nostra strada senza farci bloccare dagli ostacoli.
Ha dei consigli da dare agli studenti futuri fotografi?
Il consiglio più sincero che posso dare a chi si avvicina alla fotografia è di coltivare un doppio sguardo: uno tecnico e uno umano. Certo, la tecnica è fondamentale, conoscere la luce, la composizione, il colore, gli strumenti, ma non basta. La fotografia diventa davvero potente quando nasce da un ascolto autentico, da una curiosità sincera e da una sensibilità che si allena ogni giorno.
Suggerirei di non avere fretta, di sperimentare molto, di sbagliare senza paura, di provare generi diversi per capire cosa fa vibrare davvero qualcosa dentro di voi. Di osservare i grandi fotografi, non per copiarli, ma per comprendere come ognuno di loro abbia trovato una propria voce visiva. E soprattutto, direi di non dimenticare mai che dietro ogni immagine c’è una persona. Che sia un volto o un paesaggio segnato dalla presenza umana, ogni fotografia è prima di tutto un incontro. Allenate l’empatia, l’ascolto, la capacità di stare davvero davanti all’altro. È da lì che nasce un buon ritratto e, più in generale, una buona storia. Infine, siate costanti, perché questo mestiere richiede dedizione, studio continuo e il coraggio di mettersi alla prova. Ma quando si allinea con ciò che sentite vostro, diventa una strada incredibilmente ricca e trasformativa.
Noemi Hera Marcone
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